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Un'impresa inventata
Tornato a Firenze, Ricci si riavvicina all'architettura
partecipando a qualche concorso e lanciandosi in un'avventura
sperimentale, ricca di risvolti: la progettazione della propria casa. […]
L'impresa ha inizio con la ricerca del terreno, la cui scelta risulterà
fondamentale per caratterizzare le case che vi sorgeranno. Monterinaldi,
un appezzamento di terreno scosceso, sul fianco di una delle paterne
colline di Firenze. Ricci sceglie il punto più alto, visualmente
strategico: a sinistra la Fiesole Etrusca, a destra un'incantevole vista
su Firenze, dalla quale, oltre alla svettante cupola del Brunelleschi, si
coglie la storia e la stratigrafia di una città incastrata tra le colline,
incastrata tra la terra. E proprio dalla terra si ergerà quella
casa. La collina era ancora incontaminata, deserta, senza vita. Ricci,
assieme al vecchio Gino, il carrettiere del luogo, lavora al cantiere.
L'acqua viene portata in cima coi muli, la pietra viene estratta dalle
cave dello stesso monte, il cemento impastato e lavorato manualmente, gli
infissi delle vetrate vengono realizzati con i ferracci delle vecchie
serre e per piccole aperture sono inesistenti. L'impresa è interamente
avvolta da una travolgente artigianalità e la casa cresce giorno dopo
giorno, ma non sulla carta. Cresce sulla terra conformandosi ad essa,
cresce sullo splendido panorama aprendosi e lanciandosi su di esso, cresce
sul corpo di chi la abiterà: i piccoli figli di Ricci si divertiranno ad
attaccare i ciottoli sulla calce fresca, per rivestire le pareti del
bagno. L'asse longitudinale della pianta è una linea spezzata in tre
segmenti che ricalca le curve di livello del terreno. La parte centrale,
più piccola, gioca funzionalmente il ruolo di cerniera, ospitando le
scale, l'ingresso e la cucina scavata nella roccia, mentre le rimanenti
due ali sono adibite a soggiorno pranzo a destra e zona notte a sinistra.
La casa è dunque sventagliata verso Fiesole e la valle dell'Arno, i volumi
sono liberi di prolungarsi in avanti e in alzato a secondo delle esigenze
interne. Così il soggiorno avanza coraggiosamente aprendosi con una
vetrata e poggiando su sottili pilastri, il vano scala svetta dall'intera
volumetria concludendosi con una lastra in calcestruzzo. Lastre
inclinate, aperte verso il cielo, sembrano inseguirsi in un movimento
pulsante volto a slabbrare e dilatare i volumi, a iniettare
misteriosamente luce dall'alto. Le aperture, infatti, non sono mai
concepite come semplici buchi nel muro, bensì come superfici aperte verso
il paesaggio oppure come piccole feritoie sparse, in grado di produrre una
violenta vibrazione materia. Una soluzione quest'ultima dal sapore tutto
medievale, che Ricci esaspera fino a corrodere e smaterializzare il muro.
All'interno ne deriva una pregnante differenziazione luminosa degli spazi,
alcuni totalmente inondati dalla luce, altri illuminati dall'alto, altri
ancora in vibrante penombra. Ma cerchiamo di comprendere come tutte
queste caratteristiche contribuiscono ad esaltare il vero protagonista
della casa: lo spazio interno. L'idea spaziale del giovane Leonardo appare
rivoluzionaria ancora oggi a distanza di un cinquantennio: creare un
unicum spaziale tra gli ambienti, senza alcuna interruzione o cesura.
Ricci materializza quest'idea senza mezzi termini, incastrando e slittando
gli ambienti con una logica tale da creare un continuum spaziale in grado
di investire le svariate funzioni della casa, piuttosto che frantumarle in
più ambienti isolati. […] Lo spazio è fluido, libero di cospargersi in
ogni parte e l'unicum è enfatizzato da un dettaglio, simbolo dell'irruenza
sperimentale che anima il giovane architetto: la casa è pensata e
realizzata senza porte interne. Le porte chiudono gli spazi separando
funzionalmente gli ambienti, Ricci le rifiuta e attraverso ambienti filtro
e leggeri sfalsamenti in alzato, evidenzia le zone più riservate senza
marcarle e garantendo un travolgente episodio spaziale a
cascata. L'avventura di Monterinaldi non si conclude con la casa Ricci,
che anzi sarà la prima di altre ventidue case: "La casa fu costruita. Vidi
che ci stavo bene con mia moglie e i figli. Fu allora che intervenne il
caso o la fortuna. Era una novità. Cosicché molti vennero a vederla, altri
vollero farsi la casa qui. Fu un momento per me importante. Se la mia casa
rimaneva sola anche se fosse stata un "capolavoro", sarebbe rimasto fatto
unico, aristocratico, intellettuale. Un estetismo in fondo. Così come
molte delle ville eccezionali sparse qua e la per il mondo. Ma se altra
gente voleva una casa simile, significava che esisteva un minimo comune
denominatore." Il minimo comune denominatore era un'irrefrenabile
voglia di vivere assieme, di sperimentare nuove possibilità di abitare,
nuovi spazi in grado di scardinare le consuete abitudini di vita. Fu così
che molte persone, tra cui artisti e studiosi, interessati, affascinati e
travolti dal sogno e dagli ideali rivoluzionari di questo giovane
affabulatore, si lasciarono coinvolgere affidando a Ricci tutti i
progetti. Durante la scelta del terreno, Ricci aveva previsto con
lungimiranza gli esiti di quello che poi realmente avvenne: la nascita di
una piccola comunità in una terra scoscesa, deserta e pietrosa. Egli
rivendeva il terreno assicurandosi la paternità dei progetti e le case
venivano gradualmente costruite con costi irrisori, ogni qual volta un
nuovo committente, affascinato dall'impresa in continuo divenire, mostrava
disponibilità e si apriva a un nuovo modo vita. Nel '51 la casa Ricci era
ultimata e il villaggio cominciava ad espandersi al di sotto, seguendo una
stradina che, proiettata sullo splendido paesaggio, conduce alla Via
Bolognese. Nella parte più bassa un piccolo campo sportivo e nelle
intenzioni di Ricci anche la possibilità di portarvi una scuola e dei
piccoli servizi. L'impresa si concluderà intorno al '68 con la
costruzione della ventiduesima casa. Ognuna racchiude un'idea spaziale
differente, tradotta attraverso un vocabolario linguistico non molto ricco
ma sapientemente articolato, pregnante e pronto a piegarsi ad ogni
esigenza. "Se noi analizziamo gli interni delle case", osserva Koenig (che
assieme all'ing. Petrelli affianca Ricci nell'impresa), "troviamo una
totale varietà di spazi: collegati in cascata nella casa Pierluca, con un
gioco di patii a più livelli nelle case Masi e Santoro, con una rampa
avvolgente i soggiorni la casa Sante e via dicendo fino al soggiorno
frazionato in quattro diversi livelli nella casa Petrelli". Il linguaggio
adottato è veramente flessibile, costituito da pochi segni declinati
secondo esigenze domestiche, umane, morfologiche e formali. Confermata la
grammatica, Ricci rielabora di continuo la sintassi, attraverso il binomio
pietra-calcestruzzo, che comincerà a rifiutare soltanto nella fase
conclusiva del suo lavoro. Si osservi la trama con cui intreccia e intesse
questi due materiali, ricercando una logica trasparente tra interno,
esterno, struttura e forma. Usa la pietra in chiave moderna, imprimendo
alle superfici murarie tagli obliqui e riseghe in grado di alleggerire e
slanciare gli involucri. Il risultato è una muro-membrana, tormentato,
tagliato, mangiato in corrispondenza delle aperture, come per esempio
nella casa Degli Innocenti e nella casa Damme-Capacci. […] Durante la
costruzione del villaggio non mancarono le critiche. Alcuni rimproverarono
a Ricci di aver imposto il suo linguaggio, badando poco ai desideri della
committenza, molti invece non compresero lo spirito umano che animò
l'impresa, limitandosi a sterili giudizi estetici, tanto da soprannominare
Monterinaldi "il villaggio dei marziani". Oggi il verde intenso copre
queste splendide case, ammorbidendo le taglienti linee che un tempo
segmentavano il paesaggio. Leonardo Ricci ha realmente concretizzato un
utopia: utilizzando l'architettura come strumento di aggregazione sociale
ha distrutto la solitudine dell'opera d'arte, creando un piccolo universo
realmente impegnato a sperimentare nuove possibilità di convivenza e
scambio tra gli uomini. Abbiamo prima osservato come l'architetto ha
pensato e realizzato la propria casa senza le porte interne. Bene, allo
stesso modo e per gli stessi motivi, nessuna delle ventidue case costruite
è recintata, separata da barriere o isolata come solitamente avviene. Sono
piccoli dettagli questi, che contengono e materializzano l'idea, l'amore,
l'entusiasmo per una vita aperta, libera, scevra da piccolezze e snobismi,
e che certamente spingono ogni individuo alla ricerca del proprio vicino,
per trovare, tutti insieme, le ragioni del vivere comune. L'impresa
inventata di Monterinaldi è il vero capolavoro di Leo Ricci, l'opera che
meglio di ogni altra ne incarna la naturalezza e la gioia quasi infantile
nel progettare e che ne testimonia il suo carattere aperto, pieno di
speranza, cordiale, estroverso, intraprendente e straordinariamente
creativo. "Non si tratta di una "nuova Tebaide" né di esseri
privilegiati. Pure qualcosa c'è di diverso. La vita si svolge come in
tutte le altre parti. E come da per tutto si prova gioia e dolore. Pure la
notte guardiamo le stelle. Per i bambini poi è il paradiso terrestre. E
tutto questo fatto con poco […] il fatto è che queste case conoscono la
terra dove sono nate. E io ho vissuto giorno dopo giorno con loro. Non si
tratta di bellezza ma di verità. Anche se qualche volta piove dal
tetto".
Giovanni
Bartolozzi
lLeonardo Ricci (Roma, 1918) Si laurea in architettura a
Firenze con Giovanni Michelucci, di cui, oltre che allievo, sarà
assistente e collaboratore. Ricci ha affiancato all'attività di architetto
e urbanista anche quella di pittore, tenendo diverse mostre personali in
Italia, Parigi e Stati Uniti. Docente appassionato e stimolante della
Facoltà di Architettura di Firenze di cui è stato preside (dal 1971 al
1973),ha tenuto molti corsi, tra cui Elementi di Composizione e
Urbanistica. Dal 1960 fino al 1983 è stato visiting professor e graduate
research professor al MIT, Pennsylvania State University e Florida
University.Ricci Muore a Venezia, dove si era trasferito, nel settembre
del 1994.
Giovanni Bartolozzi Leonardo Ricci|Lo spazio
inseguito editore:testo & immagine per informazioni
011/660.31.00
collana diretta da Antonino Saggio
©copyright archphoto-Giovanni Bartolozzi
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