Giovanni Bartolozzi
FUORI DAL
LETARGO.EXIT
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Florence Exit, inoltre, viene da lontano e lontano vuole arrivare.
Da una parte trattiene in filigrana l'eredità dei maestri - tra tutti il
binomio Ricci-Savioli - filtrata dall'esperienza radicale che proprio oggi
torna all'attenzione, e la restituisce in forme e declinazioni
alternative; dall'altra proietta sullo scenario fiorentino un panorama
frastagliato e complesso, che utilizza una molteplicità di livelli e
codici espressivi: dalle realizzazioni di giovanissimi architetti come
Lani, Ruffi, Metrogramma, alle installazioni di zpstudio, Acme,
NemoGruppo, passando per le forme di arte partecipata di Arabeschi di
latte, fino alle idee visionarie di Hov e ai diagrammi di Visioteque.
Nel 1995, in occasione della mostra dedicata a Leonardo Savioli,
Alberto Breschi individuava una linea di continuità potenziale e scriveva:
"E questo, forse, è l'insegnamento più importante: il solco che, assieme
agli altri docenti della "scuola fiorentina" di quegli anni, è stato
tracciato e deve essere ripreso e, se possibile, ampliato. Il solco che
potrebbe essere un segnale capace di rappresentare quella continuità di
ricerca, identità e significato, a Firenze per tutta una generazione di
architetti dentro e fuori la Facoltà di Architettura." Alcuni corsi tenuti alla Facoltà di Architettura di Firenze,
proprio sulla scia delle turbolente esperienze didattiche di Ricci e
Savioli, hanno raggiunto l'apice sul finire degli anni Ottanta, in
contrasto con le forti ondate postmoderne. I corsi di Remo Buti, per
esempio, hanno forgiato buona parte dei più noti designer italiani. "Egli
è il padre del purismo fiorentino - scriveva Andrea Branzi e continuava -:
direi infatti che Remo Buti è un grande riduttore didattico, in grado cioè
di ricostruire linguaggi rigorosi sul suono di pochissimi elementi; un
uomo in grigio come si direbbe: un maestro apparentemente defilato, che
occorre scoprire; un ghignante fustigatore dell'eccesso." Dai primi anni Novanta ai nostri giorni, Firenze e la Facoltà di
Architettura hanno attraversato un periodo silente di retroguardia, ma
oggi, soprattutto tra le giovani generazioni, qualcosa sembra muoversi
nella giusta direzione. Se da una parte il sistema universitario italiano
ha messo in crisi la figura stessa dello studente e lo ha calato in una
dimensione che sempre più tende a quella della scuola dell'obbligo,
dall'altra i giovani architetti hanno preso coscienza delle reali
difficoltà di operare nella pratica del costruito, e di conseguenza hanno
intrapreso strade nuove e alternative. Perfino l'esercizio della
professione ha subito negli ultimi anni un processo di metamorfosi tanto
complesso da rendere inopportuno ogni confronto con l'attività dei
maestri. Infiniti gli spunti che emergono da questo diorama di architetti:
si tratta di proposte progettuali in piena formazione, ingenue per certi
versi, ma indicatrici di un diverso modo di interrogarsi, e sintomatiche
di approcci progettuali differenti, originali, imprevedibili. I
Metrogramma proiettano sui contesti urbani scenari di astrazione, e da
questi ne deducono direzioni progettuali; gli Spin+ attraverso l'utilizzo
di software di modellazione, mettono a punto sistemi di relazioni che
divengono effettive trame spaziali. Insomma, come si è detto, il panorama è ricco e articolato, ad un'analisi più approfondita perfino dispersivo, ma sancisce un effettivo momento di riflessione e apertura su alcune problematiche che caratterizzeranno l'architettura di domani: anzitutto sulla restituzione dello spazio pubblico e sulle sue modalità di interazione; sulla sensibilità ecologica non più intesa quale espediente aggiuntivo, ma come elemento permeante, in grado di fornire input progettuali; e infine su una "nuova estetica urbana", che soprattutto alle nostre latitudini, sappia confrontarsi coraggiosamente con un passato tanto glorioso quanto problematico. In conclusione, come tutti gli eventi, Florence Exit contiene al
suo interno una molteplicità di intrecci, di illusioni, di speranze e di
propositi. Ma il messaggio più autentico che da esso emerge con prepotenza
è rivolto alla città di Firenze, alla sua amministrazione, alle sue
istituzioni e in particolar modo a quella Facoltà di Architettura che è
stata un imprescindibile motore e che da qualche anno, attraverso il Corso
di Laurea Triennale, ha avviato un processo di rinnovamento. Firenze
dunque, una città che negli ultimi decenni si è mostrata conservatrice,
ingenerosa e scettica nei confronti dell'architettura contemporanea, quali
contributi può ricevere da questo evento? Uno su tutti, il più dirompente
è quello di toccare con mano e prendere responsabilmente coscienza della
volontà, delle potenzialità e anche della qualità che la mostra mette
insieme, raggruppando giovani architetti che negli ultimi anni si sono
rimboccati le maniche a fronte di uno scenario politico poco promettente,
traballante ed incerto per i giovani del nostro Paese.
La mostra è ospitata all'Affratellamento (in via Orsini 73,
Firenze)e durerà fino al 31 maggio, uno spazio storico che ha visto
nascere le avanguardie radicali e che recentemente ristrutturato ritorna
alla città, con questa mostra, dopo molti anni. ©copyright archphoto-Giovanni Bartolozzi |