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G.B.: In quale facoltà ti sei laureato e cosa hai ereditato
dalla facoltà di architettura? Credi nel ruolo formativo delle facoltà di
architettura?
U.N.: Mi sono laureato a Parigi, alla "Ecole d'Architecture
de Paris la Villette". Fino alla fine del secondo anno d'università ero
inscritto alla facoltà di architettura Federico II di Napoli, in seguito,
grazie al programma Erasmus, sono arrivato in Francia e ci sono
rimasto. Il mio periodo di studi francese è stato accompagnato da
esperienze professionali: girovagavo tra grandi e piccoli studi cercando
di accumulare il massimo delle esperienze. Credo che questa fase sia stata
fondamentale, l'università mi ha dato una sorta di "forma mentis" ed il
lavoro mi ha riavvicinato alla realtà del mestiere. Ho un bellissimo
ricordo di quegli anni, tutto era nuovo, entusiasmante e dell'architettura
percepivo solo il meglio. In questo periodo ho conosciuto Benoit ed il
nostro tandem è cominciato lì. Non so se credere nel ruolo formativo
delle facoltà, personalmente ho imparato tanto direttamente sul terreno, e
credo che sia difficile fare altrimenti. Oggi mi chiedo piuttosto cosa
trasmettere agli allievi, quando diamo conferenze o durante alcune
lezioni, tendiamo a mostrare quanto sia bello essere architetti, quanti
sogni ci sono dietro questo termine e quanto ancora possiamo "dare"
attraverso il progetto... sì, penso proprio che quello che mi è mancato
nel periodo di studi italiano e che ho ritrovato in Francia, è stato
l'entusiasmo, il sogno... i professori onnipotenti, autoglorificati da non
so che cosa, allontanano l'allievo dal piacere dell'architettura, dal
piacere del lavoro di equipe, dal piacere della riflessione, diffondendo
dogmi e false certezze che la maggior parte delle volte non hanno ne testa
ne coda. L'architettura non ha postulati, ed è un continuo rimettere in
questione, bisognerebbe provare a trasmettere il dubbio...ma ne avranno di
dubbi certi professori?
G.B.: Dopo la laurea hai iniziato l'attività professionale
oppure hai continuato gli studi? E Perché non hai avviato un'attività in
Italia?
U.N.: Ho sempre lavorato e studiato allo stesso tempo, lo
faccio ancora oggi attraverso delle formazioni continue, offerte dallo
stato francese, ai giovani imprenditori: formazioni in sviluppo
sostenibile, alta qualità ambientale, illuminotecnica, lingue... insomma
un po' di tutto. Sono estremamente affascinato da tutto ciò che non
conosco. Non ho avviato l'attività in Italia, da un lato perché vivevo
già a Parigi, dall'altro perché all'inizio c'è bisogno di inquadrarsi ed
il sistema francese mi sembrava molto più accessibile di quello
italiano.
G.B.: Oggi si parla spesso della nuova generazione
di architetti come "generazione senza maestri". Salvo pochissime eccezioni
non esiste più la figura del professore-architetto (come lo erano stati
negli anni Sessanta Franco Albini, Carlo Mollino, Giovanni Michelucci,
Ludovico Quaroni, e tanti altri). Chi sono i maestri di oggi? E chi sono
stati i tuoi maestri?
U.N.: Non sono d'accordo. E' vero ed è un bene che non
esista più la figura del professore-architetto, ma al contrario grazie
alle nuove tecnologie di comunicazione, grazie alla facilità con la quale
possiamo viaggiare, l'architettura prende una piega internazionale, gli
esempi sono tangibili. I nostri maestri possiamo crearli, possiamo
selezionarli, ed è così che ho fatto, è così che continuo a fare...
visitare l'architettura, capirne i dettagli, vivere l'esperienza dello
spazio è quello che mi interessa. Durante i miei studi passavo intere
settimane a visitare uno stesso progetto fino a farlo mio, e così di
maestri ne ho avuti tanti. Se proprio dovessi citare dei nomi direi Herzog
& De Meuron per la coerenza, Jean Nouvel per l'eleganza, Renzo Piano
per il genio.
G.B.: Quando hai deciso di aprire uno studio di
architettura? Qual è stato il primo importante riconoscimento che ha dato
la spinta decisiva al tuo studio? E Perché si chiama "LAN
Architecture"?
U.N.: Quando ho conosciuto Benoit, al quarto anno di studi,
avevamo una sola certezza: un giorno avremmo avuto il nostro studio,
bisognava giusto aspettare il momento. Varie occasioni si sono presentate
e nel 2001 abbiamo iniziato la nostra attività. Siamo stati menzionati
nel concorso Future Vision Housing in Austria, in seguito Europan, poi
quinti al concorso per il polo dell'innovazione e del lavoro di Milano,
nel frattempo realizzavamo piccoli progetti fino al giorno in cui il
ministero della cultura francese ci ha inserito nei "nouveaux albums de la
jeune architecture". Fantastico! Essere nominato negli Albums vuol dire
far parte delle promesse dell'architettura francese. Per i giovani studi
di architettura in Francia questo riconoscimento è un vero trampolino,
tutti i grandi architetti francesi sono stati selezionati nei NAJA. Il
concorso ha luogo ogni due anni e la selezione si svolge in due fasi:
nell'ultima edizione, una prima giuria composta da 51 membri "comitato
degli esperti" (tra cui Jean-Marc IBOS, Dominique LYON, Stéphane MAUPIN,
Odile DECQ, Christian BIECHER, etc…) ha selezionato, tra tutti i
partecipanti (600), una trentina di studi che sono passati alla seconda
fase. Poi un'altra giuria (composta da Massimiliano FUKSAS, Ian RITCHIE,
Ann-José ARLOT, etc…) ha deciso chi e quanti vincitori. Siamo stati scelti
insieme ad altri 13 studi. Il programma a cura del Ministero della
Cultura e della Comunicazione è semplice: creare una "vetrina" per i
prescelti, al fine di farli accedere a delle commesse pubbliche. "Vetrina"
vuol dire mostre, stampa, presentazioni ufficiali con gli attori della
scena immobiliare francese, conferenze, etc. La Francia è l'unico paese
con questo tipo di promozione per i giovani architetti e per questo è da
ammirare. Lan architecture vuol dire Local Architectural Network, ossia
Rete Locale d'Architettura. Ecco, è importante per noi esprimere l'idea di
rete, interdisciplinarietà dell'architettura, nozione locale, contestuale
del progetto. All'inizio della nostra attività infatti riunivamo ogni
settimana nel nostro studio, fotografi, artisti, intellettuali vari,
cineasti, etc... semplicemente per avere un altro punto di vista, per
sviluppare la nozione di ascolto e quella di interazione. In più il
nostro nome ha una fine dualità, la si scopre pronunciandolo d'un fiato
lanarchitecture, l'anarchi-tecture, l'anarchie in francese vuol dire
ovviamente l'anarchia, senza sfondo politico la parola anarchia l'abbiamo
utilizzata per indicare il "continuo rimettere in questione le regole"
ossia la mancanza di regole in quanto postulati. Per noi nel progetto non
ci sono evidenze o assunti, tutto è il frutto di un continuo "partire da
zero", un po' come in "Pierrot le fou" di J.L. Godard (il mio film
preferito).
G.B.: Che differenza c'è tra la tua ricerca e
quella di Gianni Ranaulo con cui hai collaborato?
U.N.: L'esperienza da Ranaulo è stata molto formativa, anche
in quel caso ero con Benoit. Ranaulo ci aveva chiesto di aiutarlo a
mettere in piedi una struttura a Roma, e noi avevamo accettato,
trasferendoci per quasi un anno nella capitale. Avevamo tanta libertà ed i
progetti erano interessanti; è stato veramente un bel periodo, ma lo vivo
come se fosse ormai lontanissimo. La ricerca di Ranaulo è basata sulla
relazione tra informazione e nuove forme di architettura, il principio è
molto interessante, ma è ben lontano dai nostri propositi. Lan esiste
per costruire e l'evoluzione del nostro pensiero è molto legata alle
tipologie con le quali ci confrontiamo, agli spazi che riusciamo a mettere
in piedi, progetti ogni volta diversi, ogni volta "specifici". Tanti
architetti arrivano, ad un certo punto del loro percorso, ad una
architettura interessante, ma poi scoprono il marketing, la ripetizione,
l'ossessione per la riconoscibilità della firma, allontanandosi
dall'obiettivo primo dell'architettura: la specificità. Ecco perché la
scena internazionale è tappezzata da progetti sempre uguali, nei posti più
diversi del mondo. E' tutto un problema di Ego.
G.B.: In passato prestigiosi concorsi internazionali hanno
segnato e raggruppato intere generazioni di giovani architetti. Basti
pensare al Chicago Tribune, alla Villette di Parigi e tanti altri. Quali
sono stati secondo te i concorsi di architettura più significativi che
hanno tracciato un profilo sulla giovane architettura italiana, negli
ultimi dieci anni?
U.N.: Ecco questo è uno dei problemi dell'architettura
italiana: di concorsi se ne sono fatti e se ne continuano a fare pochi,
solo negli ultimi anni la tendenza è cambiata ma credo che sia ancora
poco. Pensiamo ad esempio a Renzo Piano, è stato il concorso per il Centre
Pompidou che lo ha proiettato nell'olimpo degli architetti ma quello era
un concorso francese e se lui non avesse guardato all'estero forse non
avrebbe avuto la stessa fortuna.
G.B.: Che importanza ha il computer all'interno del tuo
studio? Si tratta di un efficace strumento di restituzione grafica oppure
permea anche il processo ideativo e costruttivo dei tuoi
progetti?
U.N.: Siamo un po' figli del computer. Non so se potremmo
costruire qualcosa senza lo strumento informatico, poiché ogni schizzo è
accompagnato da un modello tridimensionale, ogni scelta dei materiali è
confermata dalla sua visualizzazione spaziale. Oggi dei moduli di
radiosità ci permettono di testare anche l'illuminazione e il nostro
sistema creativo è affetto dai processori. Per non parlare poi della
sfera della comunicazione, di internet, cominciamo solo ora ad essere
coscienti del potenziale del web: ricerca di nuovi materiali, fiches
tecniche e dettagliate della loro messa in opera, banche di immagini,
musica gratuita. Tutto questo arricchisce enormemente il nostro bagaglio
permettendoci una velocità d'evoluzione impressionante.
G.B.: In che misura l'architettura contemporanea è legata
alla sperimentazione degli infiniti materiali che l'industria mette a
disposizione? E' ancora possibile realizzare un brano di architettura
contemporanea con materiali tradizionali? Tu lavori molto sulla
trasparenza, e per questo utilizzi il vetro, le proiezioni e tanti altri
materiali. Ma non c'è il rischio di concentrare più attenzione sul
contenitore piuttosto che sul contenuto? E non si tratta di materiali
eccessivamente costosi?
U.N.: Non credo. Uno dei nostri principali obbiettivi è
quello di arrivare in tutte le circostanze alla migliore relazione
prezzo-qualità: siamo stati capaci di realizzare 200 m² di uffici, con
solo 18.000 €, ossia 90 € al m², quasi una missione impossibile. E tutto
grazie all'utilizzazione di un materiale la cui vocazione non era quella
edilizia: la corda elastica. Gli uffici Weborama a Parigi hanno tutte
le mura composte da elastici tesi, stesso processo per l'industria APC la
cui facciata ci è costata solo 20.000 € e in quel caso l'utilizzazione
verticale dell'orsogrill ci ha aiutati. Lavorare con la trasparenza è
interessante se necessario, tanti dei nostri progetti sono più legati alla
nozione di massa o meglio alla dualità massa-leggerezza. La
sperimentazione degli infiniti materiali che l'industria mette a
disposizione, o meglio, l'evoluzione del lato tecnologico
dell'architettura, spesso legata all'innovazione dei materiali è qualcosa
che ci affascina. Il moderno è legato al cemento, il postmoderno al vetro;
vivere in pieno il proprio tempo vuol dire, tra l'altro, utilizzare in
pieno gli utili e le tecnologie di cui disponiamo. A questo proposito
i produttori di materiali edilizi sono apertissimi al dialogo. Ultima
chicca, in studio abbiamo un collaboratore che dedica il 50% del suo
lavoro nell'incontrare queste persone.
Giovanni Bartolozzi
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Napolitano
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